Abbigliamento
Alla fine del conflitto i vestiti, le calzature, le lenzuola e la biancheria in genere rientrano a pieno titolo fra quei beni di prima necessità di difficile reperimento e i cui costi sono spesso inaffrontabili per le famiglie, già duramente colpite dagli aumenti dei generi alimentari.
Per venire incontro alle esigenze del pubblico, molte giunte facilitano la distribuzione delle cosiddette “calzature nazionali”, di cui era stata predisposta la produzione e la vendita già durante il conflitto.
La penuria di capi di abbigliamento, tessuti e calzature è largamente testimoniata anche dalle numerose attività benefiche attivate nel primo dopoguerra che puntano a procurare appunto tali beni a beneficio delle categorie più colpite dal conflitto, prima di tutto gli orfani. Per i soldati smobilitati (e per le famiglie dei caduti) lo Stato mette a disposizione il cosiddetto pacco vestiario che consiste in un taglio di tessuto abbastanza grande da confezionare un vestito, un copricapo (cappello o berretto) e un fazzoletto del tipo “Italia”. In caso di esaurimento delle scorte è possibile optare per la liquidazione di 80 lire in contanti.
All’indomani del conflitto non mancò il desiderio di lasciare la guerra alle spalle abbandonandosi alla moda “parigina”, ai vestiti colorati, all’ebbrezza di nuove fragranze, come Chanel n° 5. Che i quattro anni di guerra siano definitivamente alle spalle, tuttavia, è al più un auspicio, cui la memoria del conflitto provvede a opporsi in vari modi. Innanzitutto, con la diffusa tonalità di nero connessa alla dimensione del lutto, che permea di sé la società del dopoguerra. Pesano poi gli effetti di una perdurante crisi economica e di un’impressionante impennata dei prezzi. I prezzi fuori controllo costituiscono, così, un ricorrente motivo di lamentele e agitazioni. Contro l’alto prezzo dei generi di vestiario in molte città si diffonde una vera e propria mobilitazione, con la parola d’ordine: «non comprare». Un impegno rivendicato, non solo come forma di salvaguardia economica, ma prima ancora di un dovere patriottico nel ricordo del recente conflitto; di contro, sugli abbigliamenti “inappropriati”, grava l’accusa di risultare irrispettosi e insensibili nei confronti della memoria della guerra e delle sofferenze ancora presenti. Accuse rivolte specialmente all’abbigliamento femminile, che costituisce un grande catalizzatore delle critiche di coloro che vedono minacciate le consolidate gerarchie di genere e diffondersi immoralità e scostumatezza.
Resta comunque il fatto che per la maggior parte degli italiani il tema dell’abbigliamento rappresenta una quotidiana difficoltà che va ad aggiungersi a quelle, già assai gravose, della carenza e dell’esplosione dei prezzi dei generi alimentari e della difficile reperibilità del combustibile per uso domestico.
Bibliografia
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[p.g.; f.s.]
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