Profughi
La città di Udine visse un dopoguerra diverso dalle altre realtà urbane della penisola. Già “capitale della guerra”, sede del Comando Supremo tra il 1915 e il 1917, il capoluogo friulano dopo la disfatta militare di Caporetto fu investito dall’invasione austro-germanica che determinò 35.000 profughi e una dura occupazione. Alla fine della guerra, la città, liberata il 3 novembre 1918, era in ginocchio: abitazioni, industrie e palazzi erano stati bombardati e saccheggiati, le condizioni sanitarie e alimentari erano precarie, la città era isolata a causa della distruzione delle infrastrutture viarie e ferroviarie. Il sindaco, il liberale Domenico Pecile, rientrato da Firenze, dovette quindi affrontare la difficile fase della ricostruzione, segnata da privazioni alimentari, mancanza di alloggi, una sensibile ondata di criminalità e dal problema del rientro dei profughi; questi ultimi si scagliarono contro i “rimasti”, ingenerosamente accusati di “austriacantismo” e di aver saccheggiato le abitazioni abbandonate. I traumi bellici condizionarono le modalità di elaborazione del lutto. Le perdite civili della profuganza e dell’occupazione furono commemorate a livello familiare, con un lutto caratterizzato dalla lamento per la tragicità e l’ingiustizia della guerra; il sacrifico dei caduti militari, invece, godette invece di un vasta ribalta pubblica mediante ricordi organizzati in diverse forme e partecipate inaugurazioni di lapidi e monumenti, attività che culminarono nell’ottobre del 1921 con la traslazione delle salme dei militi ignoti dal Castello di Udine alla basilica di Aquileia. La memoria della guerra continuò ad essere diffusamente presente nella vita quotidiana della città attraverso una “lunga mobilitazione” che aveva le sue radici nel 1914-15 e si manifestò attraverso la consegna delle medaglie e dei gagliardetti ai reparti militari, la ricollocazione delle lapidi risorgimentali, la rilevante attività assistenziale, il rapido sviluppo del turismo di guerra e dei pellegrinaggi verso i sacrari militari in costruzione. La “Mostra della Vittoria”, una grande esposizione di mezzi militari e di documenti, organizzata nell’ottobre del 1919 dall’associazione combattenti, sanciva simbolicamente la fine del conflitto e il nuovo ruolo della cittadina, destinata a diventare con il nascente fascismo la “sentinella della Patria”.
Bibliografia
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[m.e.]
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