Alimentazione

La fine del conflitto non significa per l’Italia un ritorno immediato alla normalità dal punto di vista dell’approvvigionamento e del consumo alimentare. Le autorità, in primo luogo le amministrazioni locali, si trovano ad operare nell’immediato dopoguerra in condizioni assai difficili. Sono moltissimi i generi razionati o comunque sottoposti a misure restrittive, per esempio lo zucchero ma anche generi di maggior consumi, quali il riso, la pasta da minestra e la farina di granoturco.

Se la situazione si mostra difficile in molte città della penisola, le condizioni di Udine sono terribili. La città friulana ha subito l’occupazione delle forze austro-ungariche per un anno e ciò ha comportato la spogliazione di gran parte delle sue risorse economiche ed alimentari. In molte città si organizzano distribuzioni di viveri o veri e propri servizi di mensa, spesso con l’aiuto della Croce rossa. La refezione scolastica mantiene un ruolo centrale per fornire a molti studenti un’adeguata alimentazione ma anche per favorire la frequenza delle lezioni e, inoltre, per estirpare alcune dannose abitudini alimentari, fra cui spicca senz’altro la somministrazione di vino ai bambini in età scolare.

Tutte le città italiane sono costrette ad implementare forme di controllo del commercio e della distribuzione dei generi alimentari. Il principale di questi provvedimenti è senza dubbio il calmiere, cioè una forma di limitazione dei prezzi imposta dalle autorità municipali attraverso apposite ordinanze. Spesso, inoltre, è stabilita la vendita o la distribuzione gratuita di alcuni generi (tra cui il pane) solo dopo aver mostrato un documento (tessera annonaria) che ne permette l’acquisizione in determinate quantità, dettate in base al numero dei componenti della famiglia. Come si può immaginare, tuttavia, il regime di “economia controllata” si scontra con la crescente insofferenza degli operatori economici che vedono restringersi la loro possibilità di guadagno.

Se il pane risulta ancora centrale nell’alimentazione del primo dopoguerra, anche il vino, e gli alcolici in genere, spiccano per la loro presenza costante sia come integrazione della dieta sia come necessario complemento nelle occasioni celebrative quali i pranzi offerti a mutilati e reduci. Nonostante i pericoli insiti in un consumo così diffuso, il commercio di vini e liquori rimane una delle attività remunerative: le pubblicità sui quotidiani, all’indomani della fine del conflitto, puntano, da un lato, alle qualità corroboranti delle bevande alcoliche e, dall’altra, fanno spesso riferimento ai luoghi e alle vicende della guerra appena conclusa.


Bibliografia

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M. C. Dentoni, Annona e consenso in Italia, 1914-1919, FrancoAngeli, Milano 1995.

P. A. Garfinkel, In Vino Veritas: The construction of Alcoholic Disease in Liberal Italy, 1880-1914, in M. P. Holt (eds.), Alcohol. A Social and Cultural History, Berg, Oxford-New York 2006, pp. 61-76.

P. Genovesi, Parma 1914-1918. Vita quotidiana di una città al tempo della Grande Guerra, Mup, Parma 2018.

[f.s.]

 

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