Orfani e vedove

Per ciò che attiene al profondo legame materiale e morale che l’esperienza della Grande guerra determinò tra vedove, orfani e Stato, occorre sottolineare come la costruzione di questo nesso passò, già durante il conflitto e poi negli anni immediatamente successivi, non solo attraverso l’insieme dei singoli vissuti individuali, ma anche per il tramite del complesso intreccio dei rapporti tra istituzioni statali, sfera privata e azioni collettive.

A ridosso dello scontro bellico, infatti, migliaia di donne diedero vita a diverse forme associative, tra cui l’Associazione nazionale madri, vedove e famiglie dei caduti e dispersi in guerra, “sentendosi in credito verso lo Stato” per quanto subìto, ma assumendo al contempo un ruolo sociale in grado di fare da cerniera tra guerra e dopoguerra, impegnandosi assiduamente per l’affermazione di nuovi diritti e di una più consapevole identità pubblica delle donne.

La Legge 18 luglio 1917, n. 1143, inoltre, sancì come preciso obbligo dello Stato la tutela degli orfani di guerra, che andavano seguiti direttamente nel miglioramento delle loro condizioni di vita e nei rispettivi percorsi di istruzione e di formazione professionale.

A valle del conflitto, dunque, l’attività di assistenza agli orfani e l’azione delle associazioni delle madri e vedove di guerra – così come di quelle a loro sostegno – furono strettamente intrecciate tra loro. Tali organizzazioni rifletterono la pluralità delle sensibilità e degli orientamenti ideali in campo, rispecchiando la temperie sociale, politica e culturale del periodo. Gli interventi più importanti si snodarono lungo cinque direttrici principali: onoranze civili e religiose in memoria dei caduti; assistenza medico-legale alle vedove; raccolte fondi e distribuzione di generi di prima necessità e di giocattoli, soprattutto in occasione delle festività natalizie; istituzione di borse di studio; invio di gruppi di orfani presso colonie estive e alpestri.

Dopo la marcia su Roma, l’ingente patrimonio ideale e materiale che innervò ogni aspetto dell’attività assistenziale alle vedove e agli orfani di guerra tra la fine del 1918 e il 1922 fu assorbito dal più ampio progetto totalitario fascista, che proprio sulla maternità e sull’infanzia imperniò il proprio tentativo di fascistizzazione della società italiana, con l’istituzione dell’Opera nazionale maternità e infanzia (1925) e dell’Opera nazionale Balilla (1926).


Bibliografia

F. Lagorio, Appunti per una storia sulle vedove di guerra italiane nei conflitti mondiali, in «Rivista di storia contemporanea», n. 1-2, 1994-1995, pp. 170-193.

S. Bartoloni, Donne di fronte alla guerra. Pace, diritti e democrazia, Laterza, Roma-Bari 2017.

G. Vinciguerra, I pupilli della patria. Storie di madri e orfani della Grande Guerra, Gaspari, Udine 2020.

B. Pisa, Infanzia abbandonata, orfani e pupilli della nazione in Italia (1915-1920), Viella, Roma 2022.

G. Isola, Guerra al regno della guerra. Storia della Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra (1918-1924), Le Lettere, Firenze 1990.

[mi.fa.]

 

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