Scuola

Il settennio bellico, iniziato con la guerra di Libia e proseguito con la Grande guerra, accentuò drasticamente le pressioni nazionalistico-belliciste sul sistema scolastico, gravato, peraltro, anche concretamente dagli effetti del conflitto, a cominciare dal fatto che, in vari casi, i locali restassero a disposizione dell’autorità militare.  Prima ancora che come memoria, così, il conflitto entrò in aula nella forma di concrete continuità: nelle foto di classe del periodo, ad esempio, è facile vedere docenti e alunni indossare abbigliamento militare, che si tratti di fasce mollettiere o di riadattamenti, più o meno elaborati, di giubbe e mantelle.

Nella quotidianità dell’attività scolastica, comunque, la commemorazione della guerra, unitamente alla mobilitazione della sua memoria, risultò massiccia e contribuì a rafforzarne il carattere di agenzia di educazione patriottica, alimentato, tra l’altro, da un’ampia letteratura, scolastica e parascolastica, inneggiante alla “guerra giusta e santa” ed esaltante la “morte gloriosa”. Oltre alla sua attività specifica, la scuola mostrò un’eccezionale proiezione fuori dall’aula, nella piazza, con un riconosciuto protagonismo nelle cerimonie pubbliche, civili e religiose, in commemorazione dell’entrata in guerra o della vittoria, in  occasione di intitolazioni o ridenominazioni di strade e piazze, per l’inaugurazione di monumenti e lapidi ai caduti, prima di tutto quelli dedicati ai propri alunni e docenti; ma anche con l’attiva partecipazione al turismo di guerra, in luoghi simbolici o sugli stessi campi di battaglia, e col sostegno alle numerose attività di raccolta fondi, indumenti, beni di prima necessità per orfani, vedove, reduci e “terre liberate”.

Ciò detto, in questa fase, non si affermò una sistematica, verticistica, capillare e precoce militarizzazione dell’infanzia-adolescenza come si avrà di lì a poco con il fascismo; anzi, specialmente nel primo biennio, risultò intenso il protagonismo delle periferie e il carattere spontaneistico di molte iniziative, in cui la concreta commemorazione dei morti risultava prevalente rispetto a una celebrazione astratta della guerra.

 Tuttavia, questa sistematica mobilitazione scolastica della memoria della Grande guerra, col progressivo venir meno del carattere spontaneistico e partecipativo a fronte del consolidarsi di una ritualità reiteratamente uniforme, agevolò lo slittamento da commemorazione dei morti a celebrazione della guerra e offrì un contesto propizio per la pedagogia bellicistica del regime fascista.


Bibliografia

L. Bellatalla, G. Genovesi, La Grande Guerra. L’educazione in trappola, Aracne, Roma 2015.

M. Colin, «Les enfants de Mussolini». Littérature, livres, lectures d’enfance et de jeunesse sous le fascisme. De la Grande Guerre à la chute du régime, Puc, Caen 2010.

P. Genovesi, Parma 1914-1918. Vita quotidiana di una città al tempo della Grande Guerra, Mup, Parma 2018. 

P. Genovesi, Il culto dei caduti della Grande Guerra nel ‘progetto pedagogico’ fascista, in «Annali online della Didattica e della Formazione docente», n. 12, 2016, pp. 83-114.

A. Gibelli, Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò, Einaudi, Torino 2005.

[p.g.]

 

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